Dott.ssa Linda Arnaudo Scienze dei beni culturali e critica d'Arte

dott.ssa in Scienze dei beni culturali



La pittura di Fausto Nazer potrebbe essere riassunta con un solo termine: intimista.
La quotidianità che imperversa nelle sue opere ci mette di fronte ad un contatto forzato con una realtà che tutti i giorni siamo abi- tuati a bypassare senza guardare.
L’essenza che giace nascosta dietro gli atti più banali è ciò che sembra maggiormente interessare Nazer. La donna, ritratta in tutte le sue differenti sfumature, non si limita soltanto a compiere gesti ma invita l’osservatore ad interrogarsi su quello che dietro questi atti si cela.
In una dimensione contemporanea e allo stesso tempo senza tempo, i personaggi si muovono a loro agio, muti attori nella tra- gicommedia dell’esistenza.
Osservare i suoi quadri è come essere introdotti in un mondo silenzioso, dove addirittura i taxi caratteristici della metropoli americana per eccellenza, paiono non emettere alcun rumore. L’unico suono che percepiamo è quello della pioggia. Tutta l’ul- tima fase della produzione di Nazer è infatti caratterizzata da questa presenza: gocce che scendono lentamente sui vetri delle finestre, che scivolano su ombrelli e persone per andare a depo- sitarsi su brani di asfalto. La pioggia che tutto monda e che ha per l’artista un valore intrinsecamente positivo, non è metafora di un dramma o di una tragedia imminente, quanto piuttosto una “risorsa della vita e rinnovamento”. Con tratti rapidi eppure minu- ziosamente curati, Nazer ci fa, oltreché vedere, anche annusare la pioggia battente: l’atmosfera bigia, il tipico profumo dell’acqua che scende, l’avvolgente sensazione che ci dà l’umidità, come di essere intrappolati in un labile abbraccio che non riusciamo ad afferrare, tutto questo lo percepiamo grazie al suo modo di intes- sere relazioni cromatiche e segniche sulla tela. Come la donna, come la metropoli, anche la pioggia vive di declinazioni differen- ti: da quella autunnale più acuta e crudele a quella di fine estate, tiepida e malinconica, notturna o diurna, accompagnata da fola- te di vento o in procinto di riversarsi. Nella sua ampia produzione, l’autore ha avuto la capacità di confrontarsi con atmosfere varie- gate ed il risultato è sempre stato diverso ed affascinante.
Altra presenza costante e rassicurante all’interno delle sue opere è la metropoli. Silenziosa custode di gesti e parole con la sua pos- senza diventa protagonista a sua insaputa: i ponti, le auto, i lam- pioni, le panchine, non sono che innumerevoli e sfaccettate va- riazioni del suo darsi più intimo. Dagli scorci più immediati come la Tour Eiffel di ‘Femme en rouge ’, ai grattacieli che potrebbero trovarsi a New York, Milano, Tokyo. Le strade asfaltate e ricche di suggestioni accompagnano i protagonisti nel loro peregrinare, botteghe a misura d’uomo si alternano ad alte costruzioni in ce- mento, loft dalle grandi vetrate a viali cittadini alberati. La città
diventa un prisma che si concede allo spettatore alternando una bellezza sfacciata ad una poesia discreta da ricercarsi nei dettagli. La luce, quella crepuscolare in particolare, ci tiene a dare il suo contributo, incurante del fatto che i personaggi presenti possano occuparsi più del loro muto comunicare per gesti che dei pochi raggi di sole che, con pigrizia, riescono a farsi largo tra la piog- gia sferzante. Ed ecco che la maestria di Nazer si coglie in modo completo: protagonista dei suoi quadri non è solo l’ accattivante figura femminile ma anche e soprattutto, l’atmosfera. Quella che deriva dai corpi e quella metereologica, stagionale, giornaliera. Pochi tratti ci evocano un mondo. Un mondo di profumi, parole, luci, che in qualche angolo della nostra mente giace come assopi- to e che necessita di un’audace particolare per essere risvegliato. Oppure mondi mai vissuti, universi che non ci hanno mai sfiora- ti, eppure che diventano così seducenti grazie al salvifico potere dell’immaginazione.
I lampioni che ricordano le calde illuminazioni torinesi, i portici che profumano di passi, sagome in cemento che sembrano suggerir- ci la presenza di fabbriche o, ancora, eleganti palazzi signorili con mansarde che ci riportano alle poetiche atmosfere della Rive Gau- che. Ogni scorcio colto dall’occhio attento dell’autore porta con sé un’aroma differente, come una proustiana madeleine visiva.
Ed è in questo mondo caotico eppure silente ed ovattato che si muove la donna, essere conturbante dai sentimenti polimorfi. Le donne di Nazer sono seducenti odalische della quotidianità, ammalianti in quanto quasi mai consapevoli della loro attrattiva. Sono i dettagli però a renderle così cariche di fascino: i piedi ba- gnati dalla pioggia e calzati soltanto da un paio di infradito (Soli- tudine). I lunghi capelli scuri della donna languidamente sdraiata sul letto (Al di là dei sogni) in quello che sembra essere un tardo pomeriggio di pioggia newyorkese. La mano affettuosamente posata sul petto del compagno mentre entrambi incedono in una via senza nome (Red love). Il moto quasi impercettibile delle gambe nel mentre che lo sguardo è rivolto verso un panorama bigio e piovoso (Sconfinato pensiero). Oppure ancora, il guanto rosso fuoco con cui la protagonista dell’ omonima opera si ac- carezza il mento, quasi a voler godere appieno della sensazione provocata dal contatto della stoffa con la pelle nuda.
La vena intimista di Nazer diventa più accentuata nel dipingere gli affetti (Lorella) senza ricorrere a colori accesi, ma slegando l’immagine da ogni legame esterno per cogliere soltanto lei, nella sua essenza, senza che lo sguardo dell’osservatore venga rapito da quello che la circonda.
L’intimità è anche quella di un giorno a scuola, che si tramuta in fuga nella nostra memoria: quando l’incedere lungo i viali diven- ta incedere verso la vita che ci attende al suono di un campanello.

Quelle mattine piovose in cui lo zaino pare pesare come un maci- gno sulle nostre spalle non ancora consapevoli delle responsabi- lità che di lì in poi ci verranno messe davanti.
L’intimità di una passeggiata in riva al mare, in un Aprile ancora troppo fresco o in un inizio Ottobre che non può più permettersi di rubare calore all’estate. L’intimità è anche quella del primo ap- puntamento messo in risalto da una mise femminile elegante e discreta mentre le vetrine illuminano, come fari teatrali, il passo lento della ragazza.
L’intimità è quella sensuale del tango, danza seducente per eccel- lenza: corpi che si avvinghiano, si avvicinano, si allontanano per poi riprendersi in un moto continuo e costante sono qui definiti con tratti laconici ed essenziali in un’atmosfera che ci ricorda The singing butler dell’ italo-scozzese Vettriano.
Nazer coglie spesso alle spalle i suoi personaggi tramutando lo spettatore in una delle tante persone che si assiepano lungo le vie cittadine. Siamo vicini a questi esempi di umanità, possiamo cogliere i colori dei loro indumenti, notare le sfumature dei loro capelli eppure è come se una barriera invisibile ci separasse da loro. Chiusi nel loro mondo, ci lanciano enigmatici frammenti di ciò che stanno vivendo ma, in qualche modo, ne siamo esclusi e non osiamo addentrarci nel loro universo.
L’intimità è anche quella della quotidianità, noiosa e banale: sto pensando ad un’opera come Pausa Pranzo: nel vedere questi im- piegati che si riparano da una pioggia incessante, ci pare di ina- lare gli odori che si percepiscono nelle tavole calde. Ed è come se fossimo già seduti di fronte a loro ad una distanza esigua, in un’atmosfera ripetitiva e monotona.
Poi, con un rapido scarto contenutistico, l’autore allontana lo spettatore dai viali della memoria per metterlo di fronte ad una scena asettica di pura riproduzione formale: il volto di Tamara Ec- clestone è come una fotografia. I passaggi tonali con cui definisce il trucco della ragazza sono curati e definiti in un sussegursi di sfumature che evocano una differente consistenza. Lo sguardo è immobile, fisso in un fermo immagine. Niente a che vedere con i quadri precedenti. Eppure l’abilità di Nazer è anche questa: far- si largo tra poesie differenti, tra cui quella fredda ed apparente- mente incapace di comunicazione che vede come protagonista la figlia del patron della Formula 1, ritratta come una qualsiasi modella su una rivista di moda. Egli prende a prestito un volto famoso contemporaneo, memore della lezione di Andy Warhol ma, anziché ripeterlo come faceva quest’ultimo, lo relega ad un destino non dissimile da quello dei suoi altri dipinti: donna, volto, in un’umanità cangiante.
Nazer sa maneggiare con attenzione e cura i colori, accostando le varie tonalità in modo a talvolta più delicato (come nei paesaggi)
e talvolta più violento. Il rosso è quasi sempre il catalizzatore della composizione. Ombrelli rossi si alternano a vesti che diventano il fulcro cromatico del dipinto che coincide spesso con il perso- naggio che vuole mettere in risalto. Risulta convincente anche quando utilizza il colore in un contesto più azzardato ed anticon- venzionale, ad esempio il velo della splendida Madonna del XXI secolo che, come ci anticipa il titolo dell’opera, non ha nulla a che vedere con la tradizionale iconografia mariana ma si addentra in territori più esotici come si evince dai tratti somatici della donna. Stessa cosa dicasi per il giallo: osservando la calda luce prove- niente dai lampioni ci sembra di esserne accecati. Le cromie di- ventano indicatori di direzione per lo sguardo e le luci proiettate sull’asfalto, oltre a delineare sintetiche ombreggiature, creano un mondo di fantasmi parallelo al nostro (All’improvviso). Con disin- voltura traccia profili di palazzi e volti, talvolta solo accennandoli e, calibrando in modo abile le differenti tonalità, ci mette a con- tatto con un’infinità di piccole storie. Anche il modo di delineare la pioggia varia da tela a tela: suggerisce le gocce con rapidi tratti, oppure si sofferma sulla forma della goccia stessa permettendoci di percepirne la consistenza.
Nazer è dunque un pittore in continua evoluzione ed il suo ap- prezzamento da parte di critica e pubblico dimostra che spesso un linguaggio rapido ed immeditato può essere portatore di gran- di emozioni. Non si allontana dal nostro universo quotidiano ma, semplicemente, ne dilata la portata emotiva attraverso innume- revoli espedienti figurativi. In questo modo crea un’empatia con lo spettatore, lo mette di fronte ad una sua personale finestra sul mondo e poi, silenziosamente, si allontana, lasciandogli la possi- bilità di sbirciare: dietro il vetro di una finestra, alle spalle di una donna, seduto in attesa su una macchina. Poco importa. Quello che conta è il modo in cui la pittura dell’artista scandaglia l’animo delle persone, evocando o rievocando, incuriosendo ed invitando a guardare: nel caos metropolitano del correre e del fare, quello di Nazer sembra una delicata esortazione a rallentare e ad esplorare. Siamo circondati ogni giorno da sprazzi di poesia ma il nostro esse- re perennemente indaffarati ci impedisce di coglierne appieno la portata. Questi muti personaggi paiono invece metterci di fronte a tali frammenti e le prospettive dell’autore ci insegnano l’importan- za di imparare a cogliere, oltrechè ad osservare.


Linda Arnaudo, dott.ssa in Scienze dei beni culturali